Dall’esperienza visionaria al misticismo materialista

(Introduzione all’ebook Visioni di Huxley, Strade Bianche, 2018)

Quello che segue è un tributo allo scrittore e intellettuale britannico Aldous Huxley (1894-1963) in occasione del 55.mo anniversario della morte, avvenuta il 22 novembre 1963 nella sua casa sulle colline intorno a Los Angeles. Abbiamo raccolto innanzitutto le riflessioni e i ricordi di Gerald Heard, Houston Smith, Alan Watts e Timothy Leary, tra i maggiori protagonisti del paradigma controculturale di quegli anni e legati ad Huxley da una profonda amicizia. Seguono alcuni stralci di un’intervista del 1994 alla sua seconda moglie, Laura Archera, e infine la prefazione di Huxley stesso a un libro di quest’ultima, You Are Not The Target (1963).

Si tratta di documenti inediti in italiano relativi al periodo più marcatamente visionario dell’autore britannico, tesi a sottolineare un aspetto della sua poliedrica personalità spesso tralasciato o sottovalutato. Famoso per l’eclettica produzione letteraria che include saggi, romanzi, racconti, poesie e resoconti di viaggio, nell’ultimo periodo Huxley s’interessò sempre più agli psichedelici e pratiche annesse, per descriverne usi e potenzialità come strumenti fondamentali per trovare sbocchi spirituali in una cultura contemporanea ingolfata da problemi pressanti quali il materialismo sfrenato, la sovrappopolazione mondiale, i rischi della tecnologia dirompente e il nazionalismo diffuso.

Ancora una volta in grande anticipo rispetto alla sua epoca, Huxley comprese che certe sostanze assunte con cautela e seguendo modalità appropriate erano capaci di risvegliare anche nell’individuo medio il senso del sacro e l’aspetto spirituale compromessi dallo sviluppo occidentale. Posizioni più attuali che mai a oltre mezzo secolo di distanza, visto l’ulteriore ripiegamento socioculturale e le profonde divisioni sociopolitiche evidenti in gran parte del mondo. Non a caso oggi osserviamo un ritorno d’interesse per gli allucinogeni nel panorama internazionale, a partire dalla ricerca scientifica e dai test clinici legali, ripartiti oltre 20 anni negli Stati Uniti e altrove, oltre agli effetti diretti su altri aspetti del nostro quotidiano, in ambito letterario, musicale, artistico, culturale e spirituale. È quello che da più parti viene definito “Rinascimento psichedelico”, di cui Aldous Huxley fu uno dei primi animatori.

La sua prima esperienza psichedelica risale alla tarda mattinata del 6 maggio 1953, un normale mercoledì, quando sorseggia mezzo bicchiere d’acqua dove l’amico e psichiatra Humpry Osmond ha sciolto una capsula di mescalina (quattro decimi di grammo). Come racconterà poi in Le porte della percezione (1954), l’esperienza «fu tutt’altro che rivoluzionaria», nel senso che non s’affacciò sull’atteso «mondo visionario» descritto dal poeta inglese William Blake (1757-1827). Piuttosto ne trasse un maggior senso di consapevolezza e di attenzione cosciente rispetto a sé stesso e al mondo circostante, usando gli stessi termini con cui i praticanti spirituali di ogni epoca, dal mistico tedesco Meister Eckhart (ca. 1260-1328) al divulgatore del Buddismo Zen D.T. Suzuki (1870-1966), parlano di “illuminazione”.

In realtà l’evento non fu altro che il culmine del forte richiamo dell’esperienza visionaria emerso fin dai suoi primi brevi saggi del 1931 raccolti nell’antologia del 1977 Moksha (“liberazione” in sanscrito, ora disponibile anche in italiano), insieme alle lettere scambiate con diversi protagonisti dell’epoca e altri interventi sul tema fino al 1963. E al contempo rimane punto di partenza per indagare le nuove opportunità offerte dall’avvento di queste sostanze nel contesto anglo-americano dei primi anni Sessanta, con i richiami al loro uso nelle culture di altri tempi e Paesi.

Nel decennio successivo alla pubblicazione de Le porte della percezione (1954) Huxley prosegue la sua ricerca sulle sostanze allucinogene (all’epoca legali), assumendone almeno una dose una volta l’anno. Esperienze che diedero ulteriore linfa al convinto impegno per favorire lo sviluppo delle potenzialità umane. Le sue periodiche lezioni all’Esalen Institute californiano furono le fondamenta da cui emerse il cosiddetto Human Potential Movement, che spazia da figure del primo Novecento, tra cui gli psicologi americani William James e Abraham Maslow, fino a terapie integrative odierne come il metodo Feldenkrais e allo sviluppo della tecno-imprenditoria sociale. Contesto in cui emerge anche il ruolo centrale della medicina-moksha (corrispettivo degli psichedelici), poi illustrata in dettaglio nell’ultimo suo romanzo, L’isola (1962), una sorta di manuale propositivo con tecniche e pratiche d’indubbio beneficio per la società occidentale, piuttosto che un romanzo utopista.

D’altronde gli esperti concordano che l’homo sapiens moderno utilizza meno del 10 per cento del suo patrimonio intellettuale, per non parlare di quello spirituale, dell’energia magnetica e di altri “centri di forza” di cui dispone. Il sistema educativo o altre strutture sociali non fanno granché per risvegliare in noi qualità pervasive quali compassione, amore o consapevolezza a livello universale, e neppure stimola all’esplorazione interiore verso modalità di comprensione del sé diverse dalle più ovvie e apparenti. Un quadro modificatosi ben poco a mezzo secolo dalla scomparsa di Huxley: anche a fronte di una maggior fluidità socioculturale e della diffusione di tecniche di self-help (tra cui meditazione e biofeedback, alimentazione e auto-coscienza), sono il raziocinio e il controllo mentale a dominare tanto la vita quotidiana quanto l’ambito scientifico-tecnologico (di nuovo, particolarmente nei cosiddetti Paesi a sviluppo avanzato).

È proprio l’impasse che Huxley era impegnato a scardinare in quegli anni, a partire dai ‘saloni’ del martedì sera a casa sua, sulle colline di Hollywood, dove esperti di varia provenienza e cultura presentavano idee allora innovative o poco note nei rispettivi campi d’indagine, dalla parapsicologia alle pratiche induiste agli psichedelici. Da qui nascevano discussioni e progetti di vario tipo, con un approccio sempre interdisciplinare e basato sull’esperienza diretta, con Huxley a fungere sia da perno ispiratore che da megafono esterno. Continuando a rimarcare un concetto-base ancor più valido oggi che «…i problemi esistenziali dell’anfibio plurimo sono multi-sfaccettati e, per provare a risolverli, devono essere affrontati contemporaneamente da molti angoli diversi», come scriveva nell’introduzione al libro di Laura Archera, riportata più avanti, che gli si confà anche per via dello sbocco pratico: vere e proprie ‘ricette’ di facile applicazione per migliorare la qualità della vita individuale e collettiva.

La praticità era un’altra caratteristica peculiare dello scrittore, pur se le sue radici rimandavano all’aristocrazia inglese e all’illustre famiglia Huxley. Lungi dall’incarnare il ruolo dell’intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio, non si tirava indietro neppure davanti al lato oscuro della natura umana, come confermato già nella distopia futurista (definizione spesso impostagli dai critici) de Il mondo nuovo (1932), ulteriormente rafforzata dagli sviluppi espressi nei successivi 25 anni e sintetizzati in Ritorno al mondo nuovo (1958). Anche queste incursioni meno rosee rispecchiano la curiosità e l’impegno per sviscerare gli anfratti “dell’anfibio umano”, come pure del mondo conosciuto e di altri possibili livelli di realtà. Una parabola, tanto letteraria quanto personale, che lo ha visto passare da poeta a romanziere, da saggista a scienziato a mistico. Fino a essere bollato, con implicazioni negative, come visionario utopista proprio per le idee espresse negli ultimi anni e sintetizzate ne L’isola, romanzo che secondo alcuni critici gli fece perdere l’acclamata reputazione letteraria acquisita nei decenni precedenti. Ma era l’interesse primario di Huxley, come sottolinea Houston Smith nel suo tributo: «Se a volte perse la reputazione, non fu per i suoi onnivori interessi bensì perché non si accontentava di fare solo quel che sapeva fare bene. …Non avendo alcun bisogno di trionfi o di adulazioni, preferiva aggirarli pur di arrivare alla verità». Un obiettivo, l’imprescindibile verità, che soprattutto negli ultimi anni, si rivelò tramite la sintesi costruttiva dei suoi scritti e degli innumerevoli interventi pubblici, sempre pronto a mettersi in discussione e a esplorare con ogni mezzo la complessità della natura umana.

A 55 anni dalla morte, Aldous Huxley viene considerato, a seconda degli ambiti di riferimento, un capostipite del pensiero moderno e un intellettuale del più alto rango, un romanziere immerso nel suo tempo e un saggista consapevolmente rivolto al futuro. Ma forse il lascito più marcato e duraturo rimane legato alla sua esperienza visionaria. Bastino le ripetute sue citazioni nel contesto del Rinascimento Psichedelico in corso. Il suo nome spunta qua e là nella mole di testi e documenti specifici come anche nei tanti studi sul rapporto tra allucinogeni, creatività e ricerca interiore. Come nel caso del recente, importante lavoro del giornalista americano Michael Pollan How to Change Your Mind (di prossima uscita in italiano), centrato sulle prospettive benefiche dell’odierno revival della scienza psichedelica, dove si legge fra l’altro: «L’esperienza psichedelica porterà sempre più l’indelebile impronta di Huxley». Insieme all’ampia diffusione di Le porte della percezione in ogni angolo del mondo, la sua influenza rimane fondamentale anche perché la stessa definizione di “psichedelico” (derivata dal greco, ovvero che induce la psiche a manifestarsi) nacque da uno scambio epistolare tra lui e Osmond nel 1956 (l’intero carteggio di quegli anni tra i due autori è stato appena raccolto un libro di oltre 700 pagine, Psychedelic Prophets).

Il nostro tributo vuole quindi riportare l’attenzione sullo studio dell’animo umano e il profondo interesse per una filosofia di vita basata sul “materialismo spirituale” che hanno caratterizzato la sua ricerca negli ultimi anni. Questioni complesse che ci terranno occupati ancora per un bel pezzo, e forse per porci le domande giuste, e quindi per affrontarle con attenzione e consapevolezza, in futuro non resterà che rivisitare e approfondire la genialità di Aldous Huxley.

Bernardo Parrella, novembre 2018

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