Michael Pollan e la nuova scienza psichedelica

«Come funziona la terapia psichedelica? E perché mai lo stesso trattamento dovrebbe funzionare per disturbi apparentemente così diversi tra loro, quali depressione, dipendenza e ansia?» Questa una delle questioni-chiave che si propone d’indagare il nuovo libro di Michael Pollan, How to Change Your Mind: What the New Science of Psychedelics Teaches Us About Consciousness, Dying, Addiction, Depression and Transcendence. (In Usa esce il 15 maggio, ne proporrò un’attenta recensione in questo spazio, mentre Adelphi ne sta curando l’edizione italiana, ma se ne parla l’anno prossimo).

Medicina PsichedelicaIl tema rientra perfettamente nella riscoperta degli allucinogeni che da qualche anno va interessando non solo il settore della ricerca scientifica e delle applicazioni psicoterapeutiche, bensì anche l’ambito spirituale, creativo, culturale e altro. E che, a ragione, ha attirato l’interesse di un giornalista-saggista assai quotato come Pollan, noto (anche in Italia) per i suoi precedenti best-seller su questioni d’attualità affrontate con piglio decisamente originale, tra cui In difesa del cibo, Cotto, Il dilemma dell’onnivoro (con le annesse serie TV su Netflix).

Proprio per chiarire questo suo passaggio dal cibo agli psichedelici, in una recente intervista (appropriatamente intitolata Il trip di uno scrittore) l’autore spiegava fra l’altro:

Esiste una progressione organica da un soggetto all’altro. Per me, il punto è la nostra relazione con le altre specie e la natura in generale, e ancor più m’interessa il modo in cui interegiamo con la natura anziché limitarci a osservarla. Far parte del mondo naturale è un’attività reciproca.

Come il cibo è una parte importante di questo rapporto reciproco, così è la voglia di sperimentare stati alterati di coscienza. Entrambe esperienze intrecciate con il percorso dell’homo sapiens sul pianeta. L’evoluzione della nostra specie è intimamente legato all’uso e allo sviluppo delle piante e del cibo ma anche di queste sostanze, e pur se «non le pensiamo necessariamente legate alla nostra relazione con natura, credo le cose stiano proprio così», aggiunge Pollan.

Il pre-lancio del libro sta già suscitando l’interesse del grande pubblico, come rivela un’ampia anticipazione appena pubblicata dal Wall Street Journal. Dove si punta a esplorare, appunto, quelle domande iniziali dettagliando le indagini e i risultati ottenuti dai ricercatori impegnati su questo fronte. Citando, per esempio, l’opinione di Robin Carhart-Harris, neuroscienziato presso l’Imperial College londinese co-reponsabile delle prime le scansioni high-tech del cervello umano sotto Lsd, diffuse nella primavera 2016.

Se ne ricava che lo psichedelico appare in grado di ridurre il livello di comunicazione tra le regioni della Rete Neurale Predefinita portando alla dissoluzione dell’ego e alla sensazione di non essere poi così separati da tutto ciò che ci circonda. In pratica, l’Lsd riesce a spezzare certe abitudini mentali e a “lubrificare la cognizione”, rivelandosi cruciale per ritrovare la salute mentale  con un valore terapeutico ideale per quei disturbi apparentemente diversi tra loro, quali depressione, dipendenza e ansia.

Lo stralcio ripreso dal quotidiano americano conclude ribadendo che la validità di queste esperienze non è certo limitata solo a chi soffre di disturbi mentali. Le loro potenzialità sono anzi di ampia portata, puntando a quello che uno dei ricercatori sul campo definisce il «miglioramento della gente che sta bene». Prpoprio perché ci danno una mano a infrangere quei muri divisori che, sotto l’inflessibile direzione dell’ego, ci separano dalle emozioni, dagli altri e dalla natura – riprendendo così il percorso generale intrapreso in questi anni da Pollan. Con l’aggiunta di una appropriata citazione finale dell’autore inglese Aldous Huxley, quando descriveva il proprio viaggio psichedelico nel 1954:

Per il momento, quel nevrotico rompiscatole che, nelle ore di veglia, cerca di gestire lo spettacolo, fortunamente è stato tolto di mezzo.

PS: 8 maggio: appena pubblicato questo podcast/chiacchierata con Michael Pollan a cura di Tim Ferris, davvero stimolante, ben fatto e godibile, anche se dura oltre due ore, da non perdere (per chi mastica almeno un po’ d’inglese, of course).

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