Quando la ricerca scientifica (psichedelica) rischia di diventare elitaria e riduttiva

Oggi uno dei pericoli più seri per il revival degli psichedelici sta nella possibile esagerazione della compensazione per l’ingiusta ed eccessiva connotazione negativa di cui sono stati vittima in passato. Esiste cioé il rischio che, nel tentativo di controbilanciare l’associazione dell’Lsd con gli eccessi della controcultura anni ’60 (in Usa ma non solo), l’odierno revival medico-scentifico finisca per beneficiare soltanto un’elite, quella che potrà permettersi cure e terapie psichedeliche costose, non coperte l’assicurazione sanitaria o lontane dalla portata dei comuni pazienti, anche per via degli esosi investimenti necessari per queste ricerche.

Questo il succo di un’ampia analisi proposta dalla Harvard Political Review che parte giustamente da lontano, rammentando la scoperta accidentale dell’Lsd nel 1938 da parte del chimico svizzero Albert Hofmann, poi replicata consapevolmente e resa pubblica cinque anni dopo (il prossimo 19 aprile ne ricorre anzi il 75.mo anniversario, il noto bicycle day). Dopo i primi promettenti test di laboratorio, nel 1960 la sostanza (allora legale, economica e di facile reperibilità per i ricercatori) prese a diffondersi anche tra larghe fasce di popolazione, in parte per via dell’eco mediatica suscitata dall’ Harvard Psilocybin Project avviato da Timothy Leary e dagli immediati legami con la variegata ondata della controcultura giovanile.

La successiva stretta proibizionista, imposta da Richard Nixon nel 1971 in conseguenza questi eccessi ma in realtà spinta da motivazioni socio-politiche, ha bloccato anche ogni ulteriore ricerca per quasi 20 anni, fino alla prima serie di test ufficiali e autorizzati su esseri umani avviata nel 1990 nell’ospedale dell’Università del New Mexico ad Albuquerque. Lo studio è durato cinque anni per un totale di 60 volontari, sotto la supervisione di Rick Strassman, medico con 18 anni di esperienza psichiatrica e praticante del buddismo zen, il test puntava a studiare le potenzialità della sostanza nel favorire la ricerca interiore, le visioni spirituali e l’aspetto mistico.

Un trend che si è esteso fino ai molteplici test in corso soprattutto con Mdma e psilocibina, stimolando un rinnovato interesse popolare e mediatico, stavolta di segno pressoché positivo. Un percorso tuttavia non privo di lacune sostanziali ed effetti collaterali, come fa notare più avanti l’articolo:

Nonostante la crescente  popolarità della ricerca psichedelica e i notevoli successi dei primi studi, è comunque difficile reperire i finanziamenti necessari. I test clinici con la psilocibina condotti alla NYU (New York University) e al Johns Hopkins sono stati in parti finanziati grazie al crowdfunding. Pur se il National Institute of Health, fonte primaria dei fondi per la ricerca medica, prevede di stanziare ogni anno 140 milioni di dollari per gli studi sull’ansia, 333 milioni per la depressione e 72 milioni per la Dpts, tre disturbi mentali a cui mira specificamente l’attuale ricerca psichedelica, finora non ha finanziato un solo esperimento con gli allucinogeni.

I maggiori entit non-profit della ricerca in Usa, Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies e Heffter Research Institute, lavorano alacremente per raccogliere decine di milioni di dollari da fonti private e corporation, operando in stretta simbiosi con le autorità (soprattutto la Fda) per i protocolli operativi poi applicati in centri privati. Non essendoci di mezzo il denaro e le strutture pubbliche, l’ovvia conseguenza è che in qualche modo donatori e Big Pharma troveranno il modo per rifarsi di tali investimenti con i dovuti interessi, oltre a creare bisogni fittizi e a suggerire assunzioni continue (quello delle microdosi ne è un esempio), pur se tecnicamente la medicina psichedelica richiede solo poche dosi per risolvere definitivamente quei disturbi mentali, al contrario di quanto accade con gli antidepressivi o gli ansiolitici che spesso vanno presi per tutta la vita.

Altro rischio concreto innescato dall’attuale successo sperimentale è l’incentivo a non condivdere materiali e conoscenze da parte dell’industria farmaceutica e delle entità commerciali coinvolte, diversamente da quanto accaduto nell’ultimo secolo. Rischio che va di pari passo con la comprovata appropriazione indebita delle conoscenza indigena, per esempio rispetto alle cerimonie con l’ayahuasca o ai principi attivi delle piante locali  curative.  In tal senso il circuito di Chacruna.net ha appena lanciato un appello alla scienza aperta e alla massima cooperazione nel contesto delle sostanze psichedeliche (Statement on Open Science and Open Praxis with Psilocybin, MDMA, and Similar Substances, con le prime di firme di ricercatori e addetti ai lavori.

In parte il quadro è analogo a quello della cannabis, tuttora illegale a livello federale in Usa, dove comunque il Patent Office continua a rilasciare brevetti e entità private fin dal 1942, per un totale di quasi 1.500, oltre la metà concessi negli ultimi 25 anni. Le grandi aziende farmaceutiche sono in prima fila, nella sintesi di nuovi derivati, sfruttando al meglio la recente ondata di legalizazioni locali della cannalis medica (e ricreativa) – ne è un esempio il farmaco Marinol che mima gli effetti del Thc, maggior principio attivo della pianta stessa. Si preannuncia insomma una vera e propria guerra dei brevetti, che finirà per mettere a repentaglio la giovane industria della marijuana e soprattutto i cittadini interessati all’autocoltazione e all’autocura, in primis i milioni di pazienti che ne necessitano ogni giorno.

Ovvio che il rinascimento psichedelico in corso implica l’affermazione del pieno diritto alla libertà di ricerca anche sulle sostanze psicotrope proibite pressoché in tutto il mondo. Un diritto alla scienza sancito fra l’altro dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, che comprende il diritto di tutti gli esseri umani alla conoscenza scientifica e a
trarre vantaggio dai benefici del progresso scientifico e dalle sue applicazioni. Tuttavia, come visto in questa sintetica panoramica, passare dalle parole ai fatti è tutt’altro che semplice. Né si possono ignorare le complessità e le sfumature dell’intera questione.

Incluso, appunto, il fatto che oggi non esiste alcuna garanzia che tutti potranno avere accesso alle terapie psichedeliche del prossimo futuro. Secondo Nick Powers, docente d’inglese alla SUNY (State University of New York) è anzi probabile che «diventeranno una medicina per l’elite… perché immagino che ben poche polizze di assicurazione sanitaria copriranno simili terapie, difficile pensare che chi fa parte della classe lavoratrice o della classe media possano permetterselo e sicuramente saranno fuori portata per i meno abbienti».

Riprendendo queste posizioni, riferite alla scena statunitense ma sostanzialmente valide per l’intero mondo occidentale, l’analisi della Harvard Political Review, ribadisce che gli psichedelici non incarnano di per sé qualità controculturali, come legislatori e media sostenevano sul finire degli anni ‘60, bensì riflettono la cultura di cui fanno parte. E per allontanarsi al massimo dalla cultura di quegli anni,  per molti versi l’attuale revival scientifico sembra voglia suggerire o agevolare, seppur inconsapevolmente, certe posizioni elitarie. Come rimarca la conclusione dell’articolo:

Con un sistema sanitario e una storia della droga che marginalizza le persone di colore e i poveri, il radicalismo della psichedelia non è dato per scontato; l’uguaglianza e la giustizia non si materializzano da sole una volta la gente prende a farsi l’acido.

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