Chetamina per la dipendenza e la depressione

ChetaminaNell’attuale revival della ricerca medico-scientifica, sono note le potenzialità della chetamina nel trattamento delle dipendenze. E due studi recenti ne confermano anche le forti proprietà antidepressive, con effetti evidenti nel giro di poche ore anziché in qualche settimana come i comuni psico-farmaci. Usata generalmente come anestetico, in dosi ridotte (50-60 mg) questo farmaco produce una profonda esperienza psichedelica. Ha il vantaggio di produrre effetti di breve durata (1-2 ore), senza danni collaterali e, soprattutto, di non far parte delle sostanze proibite: soprattutto negli Stati Uniti è regolarmente prescritta dai medici contro dolori cronici e nervosi.

Già nel 2006 alcuni ricercatori lituani avevano rilevato che a basse dosi la chetamina riduce notevolmente gli sgradevoli effetti della fase di astinenza per i tossicodipendenti, grazie alla sua influenza sul recettore Nmda, in maniera simile all’ibogaina. In altri casi si è rivelata utile per superare certi traumi del passato, rivivendoli senza l’agitazione originaria. In tal senso la chetamina sembra avere proprietà “psico-mimetiche”, cioè la capacità di innescare effetti simili a quelli della psicosi, utile per testare poi dei farmaci per ridurre o contrastare proprio lo stato psicotico (un po’ come avveniva nelle prime sperimentazioni cliniche con l’Lsd degli anni ’50).

Le nuove indagini, condotte dal team del dr. Carlos Zarate presso il National Institute of Mental Health, ne segnalano invece gli effetti positivi per casi di depressione grave e disordine bipolare, specialmente in pazienti che non rispondono agli odierni psicofarmaci. Come dettagliato in un articolo sulla Harvard Review of Psychiatry, i sintomi depressivi iniziano a calare nel giro di due ore, con massimo effetto dopo 24 ore.

In un studio analogo, il dr. Cristina Cusin e colleghi del Massachusetts General Hospital hanno preso in esame le immagini del cervello sotto l’effetto della chetamina, rilevando netti cambiamenti nelle aree cerebrali coinvolte nello sviluppo della depressione.

Secondo Zarate, si tratta quindi di un “nuovo paradigma” in quest’ambito della ricerca che evidenzia ulteriormente «l’urgenza per la messa a punto di trattamenti innovativi per i milioni di individui affetti da depressione cronica e disordine bipolare».

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