Musica e psichedelici

Nelle sue varie espressioni e declinazioni, la musica riveste un ruolo centrale nella storia stessa delle sostanze psichedeliche, e resta indissolubilmente intrecciata all’esperienza allucinogena. Dagli Acid Test manovrati da Ken Kesey nei primi anni ’60 californiani, con la fantasmagorica colonna sonora garantita dai Grateful Dead, alla fusione tra psichedelia di fine anni ’80 e musica elettronica, da cui emerse il cosiddetto Goa trance, fino agli intrecci odierni fra musica generativa, soundscapes e colonne sonore ad hoc per la terapia psichedelica. Rispetto al ruolo introspettivo della musica nelle sessioni psichedeliche, i ricercatori degli anni ’60 puntavano sulla musica classica e Aldous Huxley consigliava di ascoltare attentamente le composizioni di Beethoven o di Bach. Betty Eisner (1915-2004), psicologa californiana che sul finire degli anni ’50 ricorse all’Lsd per la cura dell’alcolismo e di altre psicosi, spiegava fra l’altro: «…un ottimo punto di partenza è un disco di Mantovani con una scelta di brani di musica classica – e ancora meglio è il primo concerto per pianoforte di Chopin». (Per saperne di più sul tutto si veda il terzo capitolo del libro Rinascimento Psichedelico).

La ripresa della ricerca medico-scientifica degli ultimi anni ha riportato in primo piano la musica come pilastro portante delle sedute cliniche, insieme alla presenza di una guida attenta e preparata e di un ambiente sereno e accogliente. Tipicamente i soggetti di queste sessioni restano distesi su un lettino, con gli occhi bendati e la cuffia in testa. Trattandosi comunque di esperienze estremamente personali e introspettive, è dunque importante creare una colonna sonora ben fatta. È quanto ha fatto il dr. Bill Richards, da quasi 30 anni impegnato in queste ricerche, comprese quelle condotte con il team del dr. Griffiths a Baltimora dal 1999: la sua (liberamente disponibile su Spotify) si basa su anni di esperienze dirette con tante persone diverse, puntando a rafforzare ed espandere l’esperienza terapeutica con le sostanze allucinogene.

Si tratta di una “Colonna sonora scientificamente selezionata per la seduta psichedelica”, come spiega egli stesso in un articolo d’inizio dicembre 2017 per Inverse.com:

Nelle sessioni con dosi elevate, quel che conta di più è la struttura della musica stessa anziché le preferenze personali del soggetto o della guida – almeno nel periodo iniziale e nelle fasi di picco e post-picco dell’effetto dell’enteogeno. Nel periodo inziale la musica deve offrire sostegno, apertura e spinta per andare avanti, mentre nella fase di picco diventa lo specchio di forme trascendentali di consapevolezza che possono anche non manifestarsi a livello cosciente unitario, ma è comunque presente, come la rete di sicurezza per un acrobata sul trapezio. E nella fase finale servono nuovamente sonorità che diano supporto e sicurezza.

Per chiarire, non si tratta certo di musica “da sballo” nello stile di Sphonlge o della Goa trance, quanto piuttosto di molti brani di classica, da Brahms a Strauss a Vivaldi, con ampio spazio al flauto, con Paul Horn e Ron Korb, e ad altre sonorità moderne con Edward Elgar e Arvo Part. Il punto è creare un “sistema di supporto non-verbale”, evitando testi cantati per scoraggiare la mente razionale dal seguire il significato delle parole. In pratica, la musica non è una forza che dà forma all’esperienza bensì crea uno spazio psicologico dove il soggetto può ‘viaggiare’ in modo confortevole e sicuro.

WavepathsAltre sonorità utili per l’esperienza psichedelico-terapeutica arrivano dalla musica generativa: stile basato non sulla tipica partitura, bensì su una serie di moduli che mutano in continuazione e creano sonorità sempre nuove, grazie al software d’intelligenza artificiale messo a punto da Brian Eno e dal dr. Mendel Kaelen, neuro-ricercatore dell’Imperial College londinese. I due stanno lavorando a un progetto basato su una serie di app per dispositivi mobili, Wavepaths, presentato in anteprima alla Horizons psychedelic science conference, tenutasi lo scorso autunno a New York.

Secondo Kaelen, l’utilità degli psichedelici in psicoterapia sta nel loro contributo a dissolvere temporaneamente la mappatura interiore legata a episodi ed emozioni negative, passaggio che non avviene tramite attività verbali, ma grazie alla guida rassicurante della musica. La combinazione tra psichedelici e musica sembra dunque particolarmente efficace nel produrre esperienze atte ad aggiornare quella mappatura interiore verso un quadro positivo. Per validare queste ipotesi secondo gli odierni criteri scientifici, nell’agosto 2015 Kaelen e il suo gruppo di lavoro hanno pubblicato i risultati di uno studio pilota per verificare se gli psichedelici incrementino o meno la reazione emotiva alla musica, e quindi possano essere usati come valido complemento rispetto a malattie mentali come la depressione clinica, e in ulteriori ricerche in corso all’Imperial College. La colonna sonora predisposta per i dieci volontari del test (cinque brani in due diverse occasioni, una con il placebo, l’altra con l’Lsd) ha incluso pezzi di genere ambient e neoclassico, con musicisti quali Brian McBride, Ólafur Arnalds, Arve Henriksen e Greg Haines. I commenti positivi dei soggetti hanno così confermato le intuizioni già emerse nelle sperimentazioni degli anni ’50 e ’60. Kaelen e i suoi colleghi sono però andati oltre, collaborando alla ricerca sul cervello e l’Lsd della primavera 2016, studiandone attentamente le risultanti immagini high-tech. In questo caso la scelta è caduta su musica più meditativa ed evocativa, con brani dall’album Yearning (1995) di Robert Rich e Lisa Moskow.

Partendo da queste premesse, Wavepaths si pone come strumento per ampliare e personalizzare ulteriormente questo tipo di percorso terapeutico in senso lato – come chiarisce Kaelen in un articolo per Rolling Stone del novembre scorso:

Grazie all’integrazione fra l’arte immersiva, le tecniche psicoterapeutiche e le tecnologie intelligenti, Wavepaths offre modalità nuove per raggiungere un livello d’intimità più profondo con se stessi e con gli altri, aiutandoci a percepire il linguaggio delle emozioni, ad esplorare quello che può essere scoperto nella profondità della mente e ad attivare cambiamenti signficativi nella nostra vita.

In pratica, si tratta di riportare in vita un’idea già avviata 70 anni fa nelle prime sperimentazioni mediche (legali) con gli enteogeni, la terapia psichedelica musicale, stavolta con l’aggiunta della tecnologia odierna. E della genialità di Brian Eno, che per in questo contesto si auto-definisce “non-sperimentatore” e che già nel 1978 aveva usato il concetto di “generativo” con l’album Music for Airports e successive produzioni in stile ambient. Ampliando questo filone, negli ultimi anni il noto musicista inglese ha già prodotto app (solo per iOS) come Bloom e Reflection, in collaborazione con il software designer Peter Chilvers. E andando un passo oltre, la chiave del progetto attuale sta nel fatto che la musica sarà generativa al 100 per cento: «composizioni auto-evolutive», le definisce Eno.

Mentre l’app definitiva è ancora in lavorazione, nel 2016 Kaelen aveva predisposto un’ulteriore colonna sonora per il primo studio clinico su 12 soggetti umani affetti da depressione cronica a cui è stata somministrata psilocibina: tutti ne hanno riportato miglioramenti significativi e tre mesi dopo, cinque di loro erano in completa remissione. Vi si trovano brani di alcuni musicisti impegnati nel progetto Wavepaths, come Max Richter e Robert Rich, oltre a quelli del musicista classico contemporaneo Henryk Górecki e alle sonorità meditative di Greg Haines. Una musico-terapia davvero speciale!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *